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Quegli "angeli", i russi, Nello Stretto accorsero navi di molti Paesi, ma la Marina zarista si distinse negli aiuti al popolo
view post Posted on 28/12/2008, 17:40Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 25/5/2009, 17:53


Fu, quella del 28 dicembre 1908 nello Stretto, la prima grande sciagura che lo Stato italiano, appena nato dal Risorgimento, avrebbe dovuto affrontare. Il 1908 non si era aperto con i migliori auspici per l'Italia; a Napoli era scoppiata un'epidemia di vaiolo e la crisi della disoccupazione si avvertiva in tutto il Paese e mentre negli Stati Uniti si concretizzava la linea aerea Boston-New York, il 24 maggio a Roma il pilota francese Lèon Delagrange realizzò il primo esperimento di volo in Italia. Tanti appunti per la memoria storica di quel tempo, ma di minima portata rispetto a quella catastrofica distruzione che ebbe eco mondiale e fu interpretata dall'opinione pubblica, a pochi anni dall'inizio di quel secolo breve che avrebbe visto due guerre mondiali e profonde trasformazioni culturali, sociali ed economiche, come uno dei primi eventi della dimensione globale.
Da quel tragico momento si innescò un forte rapporto fra le città dello Stretto e la solidarietà internazionale, che vive ancora oggi e che viene ricordata con pagine toccanti di umanità e sacrificio. La mobilitazione fu corale e venne dalle regioni italiane, da organizzazioni sanitarie ma anche da governi europei e non. Alle operazioni di soccorso parteciparono numerose navi mercantili e navi da guerra della Gran Bretagna, della Francia, della Danimarca, della Germania, della Grecia, della Spagna, della Russia e degli Stati Uniti. In tutta l'area dello Stretto si ritrovarono, oltre a 43 navi della Regia Marina, più di cento piroscafi, con marinai, soldati, operatori sanitari e un consistente naviglio minore.
Delle oltre diciassettemila persone ritrovate vive sotto le macerie, moltissime furono salvate dalle marinerie giunte nello Stretto all'indomani del 28 dicembre 1908. Più di 13 mila superstiti ricevettero aiuto dai militari italiani, 1300 da quelli russi, 1100 dagli inglesi e 900 dai tedeschi, ma furono anche consistenti le operazioni condotte da piroscafi della marineria mercantile internazionale, oltre che dal naviglio requisito per l'occasione dal Governo italiano.
Ai soccorsi ma soprattutto all'opera di ricostruzione contribuirono significativamente gli Stati Uniti, con gli equipaggi delle navi Connecticut e Illinois dell'Uss Culgoa (AF-3) e della Uss Yankto, tutte unità della Great White Fleet, squadra navale che il 16 dicembre 1907 era stata inviata dal presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, per una crociera intorno al mondo. Salpata dal porto di Hampton Roads, Virginia, allo scopo di dimostrare la capacità navale americana oltreoceano, la flotta dal 7 luglio 1908, da San Francisco aveva intrapreso la seconda fase della crociera in Pacifico e, poco prima di Natale, aveva lasciato Ceylon, diretta in Mar Rosso, attraversando il Canale di Suez, il 3 gennaio 1909. Dopo aver fatto rifornimento di carbone a Port Said, la flotta si divise, temporaneamente in diverse unità e la Prima Divisione si diresse rapidamente a Messina e a Reggio Calabria per portare assistenza umanitaria. La flotta, il primo squadrone e la prima divisione erano comandati dall'ammiraglio Robley D. Evans che alzava le sue insegne sulla Uss Connecticut (BB-18). La US Navy intervenne sul luogo del disastro anche per recupeare le salme del console statunitense e della moglie, uccisi nel crollo del consolato americano di Messina.
Lo Scorpion, Fleer's station ship a Constantinople, e la Celtic rilevarono quindi la Connecticut e l'Illinois, che così poterono riprendere la crociera, lasciando Messina il 9 gennaio. La Uss Celtic, al comando del tenente di vascello Reginald Rowan Belknap, portò nella città distrutta e affamata oltro ottomila tonnellate di materiale di vario genere. L'episodio fu ricordato il 22 aprile del 1994 nel corso di un incontro che l'allora sindaco di Messina, Salvatore Leonardi, ebbe con la figlia dell'ammiraglio Belknap, la signora Mary Rowan Belknap Howard. Il comandante Belknap, che poi scrisse e pubblicò un diario di quegli eventi, accompagnato da schizzi, portò gli aiuti che la Croce Rossa americana aveva raccolto, nel 1910, coordinò anche la costruzione di oltre 5000 alloggi baraccati nel quartiere Mosella: erano abitazioni in legno, a un solo piano, il cui materiale necessario fu trasportato dalla Uss Celtic, nel corso di tre viaggi da New York a Messina. Le strade del quartiere Mosella presero così il nome di illustri americani a cominciare a quello del presidente del tempo, William Howard Taft (1857-1930). Ma anche la presenza britannica nell'area dello Stretto, subito dopo il terremoto, fu rilevante e recenti studi hanno restituito un'immagine poco nota di Messina di inizio Novecento e dell'interesse inglese a partecipare alle operazioni di soccorso e alla rinascita della città. La Gran Bretagna rispose alle richieste di aiuto del re Vitorio Emanuele III, inviando tra l'altro a Messina con la Royal Navy una sezione speciale della Ramc (Royal Army Medical Corps), con due membri del Qaimns (Queen Alexandra's Imperial Military Nursing Service) e un'unità ospedaliera, assieme a forniture e razioni per dieci giorni. Le navi HMS Boxer, HMS Euryalus, HMS Exmouth, HMS Lancaster, HMS Philomel, HMS Sutlej operarono, assieme ai mercantili Afonwen, Chesapeake, Cretic, Drake, Ebro, Mariner, Ophir, Vito portando i soccorsi alle popolazioni. Il giorno del disastro alla Germania venne dato l'ordine a tutte le navi tedesche presenti nel Mediterraneo di raggiungere subito Messina con medicinali, coperte e viveri,e di prestare aiuto per salvare i sopravvisuti, nonché di trasportare i feriti negli ospedali. Giunsero a Messina immediatamente l'incrociatore Hertha e quindi l'incrociatore Viktoria Luise, che non era stato raggiunto dal primo messaggio. Dalla Germania inoltre, salpò immediatamente per lo Stretto il battello di trasporto Therapia, della Compagnia Lloyd. La nave Khalif per conto della Germania trasportò rilevanti quantità di materiale di soccorso da Amburgo a Napoli, dove molti terremotati erano già stati ricoverati negli ospedali.
Durante il suo viaggio in Mediterraneo, l'incrociatore leggero Hejmdal, della Marina militare danese, comandato da J.H. Schultz, fece subito rotta sul porto di Messina per assistere, con i 156 uomini dell'equipaggio, i superstiti del sisma. E sempre da parte della Danimarca venne una singolare forma di aiuto, attraverso la vendita di un piatto commemorativo della Royal Copenhagen, appositamente disegnato da Arnold Krog, per raccogliere fondi. Il piatto, prodotto in 1107 esemplari, riproduceva la sagoma di una nave vichinga a vela, con lo stemma danese e la parola Caritas, su di un lato, con un impianto di agave l'iscrizione, Messina 1908.
Ma l'intervento che più di ogni altro accese uno storico legame con la popolazione messinese fu quello di tre unità della squadra navale russa. L'incrociatore Makaroff e le corazzate Slava e Tzésarévitch e successivamente anche l'incrociatore Bogatyr, partiti dal porto di Augusta, offrirono l'aiuto dei loro equipaggi alla popolazione terremotata. Alla Divisione navale orientale della Marina Russa, che intervenne nelle prime tragiche ore del dopo terremoto, si unì poi anche il vascello di linea della flotta del Baltico Gloria, che trasportò feriti e superstiti a Napoli.
Furono poco più di tremila tra ufficiali e marinai, imbarcati sulla Admiral Makarov, di 7835 tonnellate di stazza; sul Bogatyr di 6550 tonnellate, incrociatori questi con un equipaggio di 570 e 593 uomini; sulla Slava, 14 mila tonnellate, e sulla Cesarevic, 13 mila tonnellate di dislocamento, che imbarcano rispettivamente 825 e 778 uomini di equipaggio; oltre a 20 ufficiali, 4 conduttori e 260 capi e comuni delle cannoniere Giljak e Koreec.
Tutte quelle azioni di profonda solidarietà sancivano nei fatti rapporti di amicizia già consolidati tra la Marina militare italiana e quella imperiale, formalizzati nel 1902 dalla visita di Stato a Pietroburgo di Vittorio Emanuele III, dopo il suo insediamento sul trono d'Italia, avvenuto il 30 luglio del 1900. Un disteso clima di collaborazione, cementato da diversi incontri in quegli anni, determinò gli scali nei porti italiani della flotta baltica, il crociera d'istruzione nel Mediterraneo con a bordo gli allievi ufficiali dell'Accademia navale imperiale russa. In questo scenario s'inquadra, nel dicembre 1908 la presenza delle navi russe (tra cui la Tzésarévitch, riconvertita dopo aver partecipato al conflitto russo-giapponese), tutte alla fonda nella rada di Augusta, nei giorni precedenti il sisma.
La scrittrice e giornalista Matilde Serao (1856-1927), in una corrispondenza apparsa su «Il Giorno» del 1. gennaio 1909 scrisse a proposito dei marinai russi: «...in uno scenario terrificante di rovine... a un tratto sono apparsi dei visi umani, contratti dalla sorpresa, dall'ansietà e dalla pietà; degli uomini sono apparsi, venendo dal mare, scendendo da una nave... venuti dal mare per soccorrere i messinesi! Erano naviganti, ufficiali e marinai; di un'altra nazione, di un'altra terra, giunti da mari lontani, da mari nordici, parlanti un'altra lingua e ignari della nostra, naviganti e soldati insieme appartenenti a una nave da guerra, alla nave russa Admiral Makharoff. E questi ufficiali e marinai si sono messi a estrarre i sepolti vivi da sotto le pietre delle case di Messina, essi per primi; si son messi a raccogliere i feriti, a cercare di medicarli, di sollevarli con qualche cordiale; si sono messi a confortare i moribondi e a chiudere gli occhi ai morti».
Furono pagine d'eroismo e solidarietà dei «fanciulloni del Volga», come li definì Carlo Antonio Fratta sul «Corriere d'Italia», e che restarono nel cuore di tutti anche per ciò che quegli infaticabili marinai dalla fibra eccezionale erano capaci di dire dopo dodici, quattordidi ore di lavoro continuato sulle macerie.
«Nitcevò» (non è niente). Altri marinai russi, per schermirsi di fronte agli accorati ringraziamenti, dissero ai superstiti portati in salvo: «Voi ci avete aiutato a Cemul'po, noi a Messina», riferendosi ai soccorsi che la torpediniera italiana Elba aveva portato ai marinai russi dell'incrociatore Vayag nella battaglia del 1904 nell'area del Borneo, durante il conflitto russo-giapponese.
Fu certamente un'azione efficace quella dei russi, estremamente organizzati, addestrati e ben equipaggiati, nel portare soccorso a una popolazione stremata e priva, sino a quel momento, di qualsiasi aiuto; il loro successo fu anche determinato dal metodo con cui fu affrontata l'emergenza, dalla grande abnegazione e anche dalla disciplina dell'intero contingente russo. Sebbene fossero uomini duri, e non avessero esitato nell'applicare provvedimenti sommari contro veri o presunti saccheggiatori, furono percepiti come angeli salvatori: il loro ordine rigoroso, la loro ferrea disciplina e organizzazione restituiva una parvenza di senso nel caos, ristorava anzitutto il morale. Si originò da subito un mito di fratellanza che ancora oggi, dopo un secolo, persiste.

Attilio Borda Bossana
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